Tu sei una fiamma del Fuoco unico che tutto pervade. Sei in conflitto e vivi la solitudine dell'io perchè ti consideri una fiammella distinta dalla Fonte.

Raphael
Istituto Integrale di Psicologia e MeditazioneL'insegnamento della MeditazioneLa tradizione meditativa
Yoga-Vedanta
La meditazione
quale via di conoscenza del Sé
Meditazione e salute mentale

La meditazione quale via di conoscenza del Sé

Il Vedanta non è una speculazione filosofica fine a sé stessa, poiché la finalità che si propone è conoscere il Sé, l'essenza dell'essere umano identica e indivisibile dallo Spirito supremo. Questo Sé va sperimentato e realizzato a livello coscienziale in quanto rappresenta la nostra autentica natura, ciò che realmente siamo al di là delle apparenze. Il Vedanta ci offre i mezzi per realizzare il Sé, attraverso dottrine e pratiche di meditazione.

La meditazione è un possente tonico che elettrizza tutte le cellule, compenetrandole di vibrazioni risolventi e irradiandole di benefiche influenze: apre le porte della conoscenza trascendente, eleva e fortifica la mente e conduce l'aspirante verso la sorgente della vita.

Per il Vedanta, ciò che rende "prigioniero" l'individuo costringendolo nel mondo del divenire (samsara) è la non-conoscenza (avidya), che può essere eliminata solo attraverso l'incisiva discriminazione (viveka) o investigazione tra Reale e non-Reale, tra Noumeno e fenomeno, tra la Coscienza pura e le sue sovrapposizioni. Il Vedanta postula che l'individuo si trova in un perenne conflitto e dolore perché ha smarrito la sua vera Essenza, identificandosi con gli aspetti-forma. Non ci sono oggetti esterni, eventi e possessi di qualunque ordine e grado, che possano ridargli quella pace lasciata dietro di sé nel momento in cui ha seguito la via dell'ignoranza della propria assoluta natura.

Chi vuole veramente cercare la serenità e la gioia deve semplicemente ritrovare sé stesso, deve intraprendere il cammino della conoscenza della sua più profonda essenza e aspirare ardentemente a realizzarla. Tutto questo non implica abbandonare il mondo, rifiutare la vita, contrapporsi alla sfera delle cose periture, ma semplicemente comprendere ciò che si è, risolvendo e distaccandosi da ciò che non si è.

Le qualificazioni del ricercatore del Sé

Nell'opera prima di Sankara, il Vivekacudamani (Il gran gioiello della discriminazione), tradotto e commentato da Raphael nella Collezione Asram Vidya, si legge che per raggiungere la realizzazione del Sé occorrono le seguenti qualificazioni:

1. La discriminazione (viveka) tra Sé e non-sé, cioè la differenziazione tra lo Spirito supremo, che è Coscienza pura, e le impermanenti guaine energetiche dell'individualità che lo velano con le loro molteplici forme. La discriminazione corrisponde a uno stato di intuizione supercosciente o di coscienza transpersonale che dà accesso alla comprensione di più ampie dimensioni della mente, dell'anima e della realtà.

2. Il distacco (vairagya) dall'irreale o non-sé e dai frutti dell'azione. Tale condizione qualifica uno stato di non attaccamento, privo di ansietà e vòlto all'accordo con la vita universale.

3. Le qualità della mente pacificata, che sono:

  • la calma mentale (sama), che si realizza quando si trascendono i desideri oggettuali e si trova la gioia in sé stessi;
  • •l'autodominio (dama), che è il risultato della sottrazione dei sensi organici al magnetismo esteriore, e rappresenta la libertà dal condizionamento sensoriale ed emozionale;
  • il raccoglimento interiore (uparati), che si realizza nella pace del divino assorbimento;
    •la pazienza (titiksa), quale capacità di tollerare le avversità, considerandole nel loro significato purificatorio ed evolutivo;
  • la fede (sraddha) nella realtà del Sé, o attitudine costante alla liberazione dall'ignoranza;
    •la stabilità mentale (samadhana), che è la capacità di non reagire agli stimoli disturbanti e rimanere equanimi di fronte alle provocazioni esteriori.

4. L'ardente aspirazione alla Liberazione (mumuksutva), quale ferma determinazione di apprendere la propria reale natura, affrancandosi da tutte le forme di schiavitù determinate dall'ignoranza-avidya.

La pratica di autosservazione

La pratica meditativa di fondo del sentiero Vedanta è la pratica di autosservazione chiamata coscienza osservante. Per comprendere il senso di questa pratica, occorre precisare che nella tradizione meditativa orientale la Coscienza non si identifica con la mente.

La Coscienza appartiene al Sé e la mente è un contenuto della Coscienza, un oggetto da essa percepibile.

La Coscienza è il telo di fondo, il sostrato su cui scorrono i contenuti mentali: metaforicamente la si può considerare come uno specchio su cui si riflettono i contenuti, o uno schermo ove scorrono gli oggetti mentali. Quando c'è l'identificazione con i contenuti mentali, questi diventano filtri attraverso cui si limita e si distorce la visione della realtà.

Il concetto di identificazione è cruciale nel Vedanta, come nella tradizione asiatica in genere, ed è diverso da quello conosciuto in psicologia. Qui l'identificazione è un processo inconscio attraverso cui ci si sente o si diventa come un'altra persona o un'altra cosa; paradigmatica è l'identificazione del bambino con il genitore o quella dell'adulto con i modelli sociali. La tradizione meditativa, pur riconoscendo l'identificazione con gli oggetti esterni, considera ancor più importante l'identificazione con gli oggetti interni. Ogni identificazione è un confine percettivo: l'identificazione con un oggetto rende inconsapevoli del più ampio contesto in cui quest'oggetto è contenuto. L'identificazione con la mente rende inconsapevoli della pura Coscienza in cui la mente è contenuta.

Nel Vedanta la liberazione dall'ignoranza richiede la disidentificazione da ogni pensiero e credenza con cui il soggetto è identificato. Tale disidentificazione, che dà progressivamente accesso a stati più inclusivi di consapevolezza, si realizza attraverso la pratica di autosservazione.

La pratica meditativa insegna a osservare, nel presente, il flusso dei contenuti mentali (sensazioni, emozioni, pensieri, immagini interiori) con una attenzione non selettiva e inclusiva, che non giudica né reagisce a ciò che osserva. Questa attenzione non interferente porta a uno stato di centralità e di vigilanza, in cui si sviluppa la capacità di osservare il funzionamento della mente senza essere sopraffatti dal pensiero. L'attitudine dell'autosservazione meditativa, centrata sul qui e ora, si distingue dall'introspezione analitica, che è retrospettiva, così come dall'ordinaria consapevolezza, in cui la coscienza non è differenziata dai suoi contenuti e dove, piuttosto che osservare il pensiero, si viene trascinati dal suo flusso.
Mentre nell'ordinaria consapevolezza la mente osserva sé stessa, rimanendo parte di ciò che osserva, nella coscienza osservante il centro coscienza, disidentificato dai contenuti mentali, li osserva da una prospettiva che li trascende, e quindi può operare su di essi.

Nell'osservare lo stato mentale rimanendo disidentificati da esso, il meditante scopre il processo di autoformazione della sofferenza, ovvero il continuo crearsi di stati negativi della mente attraverso il pensiero separativo o violento: quest'ultimo è intriso di qualità non etiche come l'intolleranza, l'orgoglio e l'avidità, che costituiscono l'egoismo.

Il riconoscimento della natura incontrollata della mente è stato definito da alcuni ricercatori come un processo di deipnosi, una sorta di risveglio, da cui ha origine una trasformazione profonda dello stato mentale.

Obiettivo della pratica di autosservazione è il silenzio mentale in cui la Coscienza, non più attratta e condizionata dai contenuti mentali, riposa in sé stessa.

Questa esperienza transpersonale prepara il Samadhi (contemplazione trascendentale), laddove, nel silenzio del divino assorbimento, si matura l'unità con il Sé che è sempre stato presente, nascosto dalle sovrapposizioni del pensiero.

Come dice Sankara, "il Sé è presente in tutti gli esseri e appare per errore lontano. Ma quando questo errore è dissipato dalla conoscenza vera, il Sé viene riconosciuto come essere stato sempre presente, come una collana che si credeva di aver perduto e che si ritrova al proprio collo".

La purificazione dell'io corporeo-mentale

Accanto alla pratica di autosservazione, che investiga profondamente nello stato dell'io e nei suoi fattori di illusione e sofferenza, centrale nel cammino meditativo Vedanta è la pratica della purificazione, che va intesa come trasmutazione delle vibrazioni basse e disarmoniche dei tre veicoli egoici - fisico, emozionale e mentale - in vibrazioni armoniche.

Per questo lavoro di purificazione, il Vedanta utilizza le regole di etica applicata che fanno parte delle discipline yogiche definite da Patanjali nel suo Yogasutra. Le regole comprendono: yama, o astinenze e niyama, o osservanze.

Le astinenze comprendono l'astenersi dalla violenza, dalla falsità, dal furto, dall'incontinenza e dall'avidità; le osservanze comprendono la purezza, l'appagamento-accettazione, l'austerità-disciplina, lo studio di sé e della dottrina e l'abbandono o ricettività al Divino.

Sulle basi di yama e niyama (astinenze e osservanze), il Vedanta insegna che la purificazione del saggio è composta da "sacrificio (sacrum facere), donazione e austerità", quest'ultima intesa come purificazione del corpo, della parola, del pensiero e del comportamento.

La purificazione trova il suo apogeo nella pratica della retta azione ("l'azione secondo la norma, libera da attaccamento, compiuta senza desiderio né ostilità da un individuo che non cerca il frutto"). Nella retta azione si consuma il dharma, ovvero il dovere dell'anima nella sua via del ritorno alla casa del Padre.

Colui che per autoriconoscimento aderisce alla Sruti e compie il suo svadharma
(dovere inerente al proprio stato), è purificato;
e l'individuo dall'intelletto puro realizza l'Atman supremo.
Solo così il samsara (ciclo indefinito di morte e rinascita)
viene distrutto alla sua radice.

Vivekacudamani, sutra 14